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Pagine ucroniche

100 anni di solitudine, Si sta facendo sempre più tardi, Majakovskij
Il mistero della pietra azzurra
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venerdì, 02 gennaio 2009

Alla più bella legge dell'universo, e a quella strana corrente gravitazionale che, nel 2008, mi ha regalato due occhi in cui poterla intravedere...


Rara la vita in due... fatta di lievi gesti,
e affetti di giornata... consistenti o no,
bisogna muoversi... come ospiti... pieni di premure
con delicata attenzione... per non disturbare
ed è in certi sguardi che... si vede l'infinito

Stridono le auto... come bisonti infuriati,
le strade sono praterie...
accanto a grattacieli assolati,
come possiamo... tenere nascosta... la nostra intesa
ed è in certi sguardi... che s'intravede l'infinito

Tutto... l'universo... obbedisce... all'amore,
come... puoi tenere... nascosto... un amore.
ed è così... che ci trattiene... nelle sue catene,
tutto... l'universo... obbedisce... all'amore

Come possiamo... tenere nascosta... la nostra intesa
ed è in certi sguardi... che si nasconde l'infinito

Tutto... l'universo... obbedisce... all'amore
come... puoi tenere... nascosto... un amore,
ed è così... che ci trattiene... nelle sue catene
tutto... l'universo... obbedisce all'amore...
postato da: Ucronia alle ore 23:30 | link | commenti (2)
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mercoledì, 14 maggio 2008

Magari un racconto


La matita fa zac zac e l’uomo emaciato, con due guance rosse di Chianti, continua a muoverla nel temperino, seguendo chissà quale pensiero sincrono, la velocità di una colazione in tarda mattinata, forse, oppure il ricordo di un bacio al Gianicolo e delle parole squillanti che l’avevano preceduto. Con le dita tozze, il lapis viene estratto dalla severità della lama: la punta è acuminata e perfetta, l’uomo la scruta con soddisfazione ad un palmo dal naso e poi, con la tranquillità del pescatore che cambia un amo, preme contro l’intonaco bianco della parete la matita, inclinandola fino a sgretolarne la mina. I chicchi di grafite si allargano come grandine, scivolano sulle venature della scrivania  e poi si posano, allargando di un paio d’onde il lago grigio che si è formato sul piano di legno, tre centimetri quadri di polvere di matita.

In equilibrio verticale, su una mensola storta dello studio, c’è un’intera scala di colori, dal rosso di prussia al blu oltremare: sembrano, in realtà, un treno di nani, perché ogni pastello non supera il centimetro, non fanno in tempo a nascere che sono già finiti, e potresti afferrarli, al massimo, fra pollice e indice. Sono il frutto di cinque pomeriggi. Zac zac, ma ripetuto molte più volte. L’uomo, che si chiama Piero, perché così è scritto sul tesserino pencolante dalla tuta d’operaio stradale appesa nell’armadio, continua a temperare la vittima quotidiana, una fabercastell d’annata ma già ridotta a metà. Dopo otto ore di rulli compressori e guard rails, un gesto meccanico come quella leggera e mai annoiata rotazione del polso sarebbe l’ultima cosa di cui aver bisogno, ma Piero non è d’accordo, perché con lo sguardo distratto e sfocato, aguzzando le matite, si sente sereno come il vento: sta immaginando una terra immobile e primordiale, tonda, scoscesa, come una donna dai seni pieni di latte, un mondo senza forma e senza senso, un pentagramma vuoto, ma a forma di cerchio; e un ronzio timido, intermittente all’inizio, poi più gonfio e percepibile, un soffio caldo sulla fronte e le sopracciglia, un vento, sì, uno scirocco, un panno antichissimo steso sulle linee dei meridiani e dei paralleli, a sbattere e graffiare il profilo della terra docile, che ora sta franando come una corteccia secca, disegnandosi in valli e declivi, pianure e montagne, con le loro vette severe e piene di promesse, e in fondo, pensa, sono così belle e appuntite, le montagne, perché il vento le ha erose e temperate, perché il vento è come me.

Piero chiude gli occhi e stringe le palpebre. Decide di sospendere per qualche minuto la dissezione della malcapitata fabercastell e si sporge dalla finestra dello studiolo. Il cielo della città è occupato dalle nuvole: assomigliano alla vernice bianca che gli macchia sempre i vestiti, quando cerca di stenderla sull’asfalto in righe diligenti, per salvare la vita a qualche padre di famiglia sbronzo e insoddisfatto, che domani notte, mentre la luna e i fari delle altre auto si confonderanno e si mischieranno alla sambuca nel sangue, si aggrapperà al volante e a  quei fili scialbi, non importa se continui o tratteggiati, cercando di non perderli.

postato da: Ucronia alle ore 13:54 | link | commenti (1)
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venerdì, 04 aprile 2008

Il mio animo si volse a organizzare la mia felicità.

(Alberto Savinio, Tragedia dell'infanzia)
postato da: Ucronia alle ore 23:09 | link | commenti (3)
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sabato, 29 marzo 2008

Ogni respiro è un chiodo frapposto

come potrò clessidra e dentro ruggine vederti
rovesciare il mondo e pronunciare
la parola bellezza

potrò
aspettare il mattino e poi la radio
dei passi della luce, scavalcare
l'orda delle rughe e le mattonelle nere,
chiacchierare con ciò che mio padre diventerà
dopo essere morto, scrivere il primo verso,
tessere un sogno di capelli persi

e -nel talamo steso il tempo- eroderlo
postato da: Ucronia alle ore 01:32 | link | commenti (2)
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venerdì, 07 marzo 2008

Dal Vangelo secondo Brecht:

Discorso mattutino all'albero Griehn

1

Griehn, io devo pregarLa di scusarmi.
Stanotte non riuscivo a prendere sonno perché così
forte era il clamore della tempesta.
Quando guardai fuori, notai che Lei vacillava
come una scimmia ubriaca. Io l'ho anche detto.

2

Oggi il sole giallo splende nei Suoi rami nudi.
Lei seguita a scuotere qualche lacrima, Griehn.
Ma Lei ora sa quello che Lei vale.
Lei ha combattuto la battaglia più aspra della Sua vita.
Gli avvoltoi si sono interessati di Lei.
E ora io so: solo grazie alla Sua inesorabile
docilità Lei oggi sta ancora in piedi.

3

Di fronte al Suo successo, oggi penso:
Non è stata una sciocchezza venire su così alto
fra casermoni d'affitto, su così alto, Griehn che
la tempesta ha su di Lei solo il potere di questa notte.



Questa è una delle mie poesie preferite. E, soprattutto: ho trovato l'Albero Griehn di Roma. Si trova vicino a viale Trastevere. Al prossimo post, per la foto.
postato da: Ucronia alle ore 22:39 | link | commenti (1)
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martedì, 19 febbraio 2008

Cogliendo crochi nascosti tra strade incantate, battute da onde ricamate in azzurro, inciampai appoggiando la caviglia destra, un po' più avanti, per rimanere in piedi. Aspettai il dolore, che non arrivò, ne rimasi quasi deluso, come se l'assenza di costrizione potesse rendere più vano il mistero, ma tornai ad inventare storie, non appena vidi sorgere tra i crochi il volto di un bambino dai capelli ricci e rossi, che mi raccontò della sua famiglia, non c'è sfortuna più grande di avere avuto un padre ed una madre già arresi, arresi, che hanno propagginato sé stessi solo per osservare la stessa sconfitta negli occhi del figlio, e se scoprono che non è così, che il figlio continua a vedere in un moncone di gomma un meraviglioso garofano, o in una punta spezzata il tacco adamantino di una principessa, allora vietano il sogno, s'infilano una benda scura, per non capirsi, e vietano il sogno, ma lo vietano al figlio!, e il bambino dai capelli rossi prende la forma di una pagina di carta, perché vuole salvarsi, e farsi bagnare dal sale del mare o dall'effervescenza delle nuvole è la stessa cosa, sono uteri in cielo, dove dimenticare le venature del viso, immaginare la madre, madre prima e viscerale, che esiste solo nell'affastellarsi dei secoli, prati pieni di sole, poggi grami, spiagge scomparse, nel medioevo che fa scalino sulla storia moderna, e poi sui trulli, e poi su me, la madre, appoggiai la caviglia destra, non sentii dolore, ma c'era quel cespuglio rosso, ne colsi una bacca, ed invece del sapore, masticandola, sentii una voce, una vo, solo chi vive di sé può amare dio.
postato da: Ucronia alle ore 23:15 | link | commenti (1)
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martedì, 29 gennaio 2008

Un tango di legno

"He was my North, my South, my East and West,
My working week and my Sunday rest,
My noon, my midnight, my talk, my song;
I thought that love would last for ever: I was wrong."

W.H. Auden



Mi hai legato all'albero del tango
con le sartie strette dei tuoi gesti,
trapezisti puntuali, scanditi
da un metronomo di foglie.
Accanto ti siede un ragazzo trattenuto,
le gambe e gli istinti accavallati,
fronte calva e occhi non crudeli:
siete come il legno d'acero ed il porto,
legittimi figli di un contatto possibile,
lontano, distruttivo, eppure inseparabili
dalla marea che il senso racchiude.
[Quando ridi impedisci il tempo,
al minuto frapponi l'eleganza]
Fiorisci, mio albero. Fruttifica
anche per quel crepuscolo che non abbiamo
passato assieme, i versi che non leggerai,
per dimostrare che fra Don Chisciotte
ed Emma Bovary una differenza c'è,
e sono io, che sferzo Ronzinante
al di là dell'organza di un sogno rattrappito,
sferrettando, sulla felicità che avrai,
la possibilità di un'isola nuova.
Non aver paura di guardare.
postato da: Ucronia alle ore 14:48 | link | commenti (8)
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giovedì, 24 gennaio 2008

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che
fanno di uno sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi e’ infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia
aiutare; chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o
della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non
risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere
vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto
di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una
splendida felicita’.


 


Questa poesia è stata letta in Senato da Clemente Mastella, il giorno in cui ha confermato la sua sfiducia al governo Prodi. Pablo Neruda. Letto da Mastella. E' il funerale della politica italiana, davvero, di fronte a questo scempio, A MASTELLA CHE LEGGE NERUDA, un poeta vivo, innamorato e comunista, di fronte A MASTELLA CHE LEGGE LENTAMENTE MUORE, la poesia che più non potrebbe essere lontana dai suoi comportamenti e dalla sua politica, di fronte a questo, non ha più senso interessarsi, non ha più senso fare nulla. E' l'Auschwitz della cultura politica italiana, davvero. E' finita.

postato da: Ucronia alle ore 17:47 | link | commenti (8)
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mercoledì, 23 gennaio 2008

Volevo evitare riferimenti politici troppo diretti, su questo blog, mantenendomi fedele al suo titolo. Per due motivi oggi interromperò questo comportamento. Primo, perché ho sempre sostenuto che il momento ucronico è il presupposto necessario di un vero impegno nel reale, perché solo attraverso una fase di riflessione e sensibilità si può trovare il coraggio di combattere con rabbia e speranza. Secondo, perché sto ascoltando il dibattito alla Camera sulla fiducia al governo Prodi, e non ce la faccio a stare zitto.

LA DESTRA ITALIANA E' VERGOGNOSA E COLLUSA, IPOCRITA E MAFIOSA

E qui non c'entrano nulla le mie idee personali: l'idea della destra è gerarchica, e mai la condividerò, perché la gerarchia semmai deve essere un mezzo e non un fine. Questa, tuttavia, è un'idea che posso rispettare, che ha una lunga storia, e che a volte ha dimostrato di poter coesistere con le istanze sociali. Ma la destra italiana non è una destra, e non ha nulla a che spartire con i partiti conservatori europei, di fronte a cui è degna solo di prendere lezioni di moralità. Fini ha avuto il coraggio, oggi, di parlare del governo Prodi utilizzando la metafora dello staccare la spina, dunque dell'eutanasia: LUI, PROPRIO LUI, CHE COL SUO PARTITO HA RACCOLTO IL VESSILLO FASCISTA DEI PATTI LATERANENSI, NULLA FACENDO IN CINQUE ANNI CONTRO LE INGERENZE E LO STRAPOTERE CLERICALE? Che ridere. La destra europea, se qualcuno l'avesse dimenticato, è laica, e anche nelle nazioni governate da partiti conservatori l'aborto e le unioni di fatto non sono mai state messe in discussione. E che dire, poi, della manifestazioni secessioniste della Lega in Parlamento? Che dire di Bossi che evoca la rivoluzione armata? E di Calderoli? Di Forza Italia basta il nome. Come commentare due anni di urla e strepiti in Parlamento, mai seguiti da proposte concrete, ma sempre esauriti in singulti antidemocratici, proteste infantili, tentativi di coprire con la propria voce quella altrui? E tornando al politico serio più finto d'Italia(anzi, è in buona competizione con D'Alema), cioè Gianfranco Fini, cosa dovremmo dedurre dal suo SUBITANEO INVITO ALLE ELEZIONI, PROPONENDO BERLUSCONI COME PRESIDENTE, dopo mesi in cui l'aveva criticato, accusato di populismo, di scarso rispetto per le istituzioni e per i votanti, cosa dovremmo dedurre da quest'improvviso cambio di prospettiva, non appena si è palesata la possibilità di andare alle elezioni anticipate?

Vi sfido a dimostrarmi che una situazione simile c'è anche a sinistra. Ripeto, qui non si parla di linea politica, ma di coerenza istituzionale. Sono sempre stato molto critico con la sinistra italiana, ma mi sembra lapalissiana la differenza di comportamento che i due poli hanno alla Camera e al Senato.

Auspico una destra migliore, auspico una destra che abbia il coraggio di Sarkozy, uno che usa metodi da ancién regime nelle banlieue, ma che si dichiara pure antiliberista, statalista, che difende il sistema televisivo pubblico dagli eccessi pubblicitari.

Se poi penso ai voti che questa gente prende, se penso che davvero l'Italia è stata plagiata da questi dementi, allora sì, una volta tanto, mi vergogno di essere italiano.
postato da: Ucronia alle ore 16:35 | link | commenti (4)
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domenica, 20 gennaio 2008

E tu, da che parte stai?
Stai dalla parte di chi ruba nei supermercati, o di chi li ha costruiti rubando?
postato da: Ucronia alle ore 02:42 | link | commenti (4)
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